La nostra città, la nostra storia

E' una questione d'amore. E di orgoglio per la propria terra. “Quello che a volte ci manca – diceva don Milani, è l'orgoglio per la nostra terra e l'amore per la nostra scuola”. Soprattutto, diciamo noi, per la nostra terra. Perché se ci fosse questo, se ritornassimo ad avere, come i nostri genitori, orgoglio ed amore per la città che ha reso nobili e grandi le nostre origini, anche la nostra scuola, la nostra formazione, ci guadagnerebbe. Daremmo una mano tutti a farla diventare più grande e migliore. Perché le città di Teanum e di Cales (è noto infatti che le attuali città di Sparanise, Calvi Risorta, Pignataro Maggiore, Giano Vetusto e Francolise, non sono altro che antiche “frazioni” di Calvi) hanno una storia che non è seconda a nessun' altra città in provincia. Una storia comune che le ha viste unite, in tempo di guerra ed in tempo di pace, durante le guerre sannitiche contro Roma ed oggi nell'antica diocesi di Teano – Calvi.

 

TEANO

Un po' di storia (*)

Cattedrale di TeanoE' stata la capitale dell'antico popolo dei Sidicini, gli ultimi ad arrendersi alla potenza di Roma. Dopo la conquista romana, Teano divenne Municipio e conobbe un periodo di grande sviluppo, tanto da essere definita da Strabone  (fine I secolo a. C.) la principale città posta lungo la via Latina.  Colonia con Augusto, Teano restò durante tutta l'età imperiale uno dei centri più importanti della Campania.

Conserva uno splendido Teatro di età imperiale ed i resti del Circo, dell'Anfiteatro, di alcuni templi e di edifici termali. Ha un moderno museo archeologico di notevole interesse ed è sede di una grande diocesi del IV secolo dovuta a San Paride che nel 1818 si è unita a quella di San Casto a Calvi.

La cattedrale, sorta sulla tomba di S. Paride, conserva importanti opere d'arte e sculture nella cripta.

Dopo la conquista longobarda Teano divenne addirittura contea. Nella sua curia furono redatti nel 963, due dei primi documenti in lingua volgare: il “Placito di Teano” e il “Memoratorio”, conservati nell'archivio di Montecassino. L'ordine benedettino ebbe a Teano importanti monasteri fino a stabilirvi la sua sede principale nell'ottobre 883 e a portarvi il tesoro abbaziale e la regola benedettina originale.

All'alba del 26 ottobre 1860, sul ponte di San Cataldo a Borgonuovo (a circa 3 km dal centro), ebbe luogo il famoso “incontro di Teano” tra Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi. L'evento è ricordato da un monumento, realizzato sul luogo dell'incontro, nel centenario del 1960. In via Garibaldi poi una lapide indica la casa dove Garibaldi si fermò con i suoi mentre altre due lapidi, nell'androne e all'esterno di Palazzo Caracciolo, ricordano che lì fu ospitato Vittorio Emanuele II fino al 27 ottobre.

 

Teanesi furono: lo storico longobardo Erchemperto; Ludovico Abenavolo, uno dei tredici italiani della Disfida di Barletta; il segretario di stato di Giovanna I, Antonello Centonze; il segretario di stato di Ferrante d'Aragona, Antonello Petrucci, il ministro di Ferdinando II, Giacomo De Diano (fu Conte di Calvi), Antonello De Filippo, segretario di Giovanna II, Alfonso Magno (crociato), Nicola Gigli, il primo presidente della Repubblica Partenopea Carlo Lauberg, Antonio e Leopoldo De Renzis ministro delle armi della Repubblica Partenopea, il naturalista Stefano delle Chiaie,  Nicola Laurenza.  A Teano vissero e morirono il  poeta del 500 Luigi Tansillo, Sant'Urbano,  Sant'Amasio, San Terenziano.

 

Da visitare

La Cattedrale di San Paride dell 'XI sec.  fu distrutta dai bombardamenti alleati nell'ottobre 1943 e ricostruita nel 1957.  Nel  portico sono da notare le due sfingi di granito poste ai lati della porta centrale, appartenute ad un tempio pagano dell'antica Teano. Le pietre angolari del campanile sono costituite da grossi cippi calcarei con epigrafi dedicatorie all'imperatore Adriano e sulla parete che prospetta  su Vico Ginnasio è incastonato un monumento funerario romano con effigiati due coniugi. In fondo al presbiterio si staglia un trecentesco Crocifisso su tavola attribuito all'Oderisi. Di grande pregio sono le tre pale d'altare di Francesco De Mura. Nel vestibolo di accesso alla cripta è da notare un sarcofago romano di età imperiale con scene di vendemmia. . La cripta è costituita da quattro ambienti, di cui l'ultimo corrisponde alla tomba di San Paride. Nella III sala vi sono il lapidario e le epigrafi, tra cui la bella epigrafe sepolcrale romana di Veneria. La cripta termina in basso, in una grande cisterna romana da visitare.

San Paride ad Fontem(a 2 km dal centro).E' la più antica chiesa della diocesi di Teano, perché edificata sulla sorgente dove era radicato un culto idolatrico debellato nel IV sec. da San Paride e sorge su strutture romane. La chiesa sorge dove S. Paride uccise il Dragone distruggendone così il culto. L’impianto basilicale, a tre navate, ingloba l’ingresso della sorgente, lungo il corso del Savone, nei cui pressi dimorava il dragone, e le strutture della primitiva chiesa paleocristiana del IV-V secolo.

San Francesco. (in Piazza Municipio). Fu edificata nel Trecento dai frati Minori Conventuali in stile gotico. Presenta un bel soffitto in legno dorato con cento lagunari finemente intagliati, dai contorni decorati con serti di rose dipinte. La tavola al centro del soffitto (S. Francesco e il Concilio) è opera moderna. Sulla porta d'ingresso invece, è posta una grande tela dell'Immacolata del 700 di Girolamo Canatiempo.

San Benedetto.( presso Piazza Umberto). Edificata dai Benedettini accanto al cenobio è una piccola basilica romanica. Nel monastero trovarono rifugio i monaci cassinensi dopo la distruzione di Montecassino da parte dei Saraceni (il 4 settembre 883) trasferendovi l'originale della regola di S. Francesco che però fu distrutta da un incendio. Qui visse il monaco teanese Erchemperto, autore della famosa “Historia Longobardorum”. Alcivico 10 un’iscrizione ricorda una sacerdotessa di Cecere.

S. Antonio Abate. Presenta una vasta abside affrescata nel sec. XV con scena di vita del Santo. Di grande valore la figura centrale del Santo che campeggia in un riquadro  e che mostra S. Antonio diverso da quello della solita iconografia. Nel 1964, il Canonico De Monaco scrisse: “sulla parete del vano dietro l'altare maggiore si vedono affreschi trecenteschi……., alcuni sono cancellati, altri ben conservati: sette erano i quadri ben conservati e due quelli cancellati.  Oggi gli affreschi che raccontano la vita di sant'Antuono sono cancellati, o male conservati.

Sant'Agostino.  Secondo l' alfabetico Agostiniano, di P. Emera la Chiesa fu fondata nel 1390, ma il P. Torello la crede più antica. Il convento fu soppresso da Innocenzo X con la Bolla Instauranda nel 1652. Verso il 1697, 27 luglio, monastero e chiesa con l’organo e le campane, furono ceduti alla Congrega del Soccorso, con l’onere di pagare al Seminario più di 270 ducati e fornire al cappellano del Seminario quanto era necessario per la celebrazione di oltre 78 messe.    

San Pietro in acquaris Scendendo la cosiddetta calata di San Pietro, si arriva all'omonima chiesa di impianto paleocristiano. Il campanile è un raro esempio di architettura bizantineggiante. Il titolo di S. Pietro in Aquariis, deriva o dalle molte acque che scorrono sotto la chiesa o da una fontana che era nel suo vestibolo o dalla famiglia De Aquariis che abitava nelle vicinanze. La Parrocchia è molto antica, si trova ricordata in un inventario della Chiesa di S. Salvatore del 1300, conservato nella S. Visita del 1665 e nelle schede del notaio De Latinis dell'anno 1510.  Il 15 luglio 1710 vi fu unito il beneficio di S. Elena “alli Scarpati” e nel 1748 quello di S. Maria del Monte Carmelo. Sull’architrave della porta è scritto, con l'immagine di S. Pietro: IANITORI POSITUM CUIUS OBTUTU POTIUS PATEAT(A S. Pietro, posto come suo portinaio, a suo volere si apre).

Madonna delle Grazie. Presenta sulla facciata due statue in marmo di S. Cosma e S. Damiano; all'interno, ai lati del presbiterio, gli affreschi (rovinati) di San Leonardo (a sx) e di Nostra Signora del Sacro Cuore (a dx). Conserva inoltre, numerose statue della Madonna (tra cui due statue in legno della Madonna immacolata, della Madonna delle Grazie ed Una Madonna Addolorata del 1870) ed un pregevole Crocifisso in legno sull'altare maggiore. Nella cappella a sx dedicta ai SS Cosma e Damiano, vi sono le statue in legno dei due martiri, l'altare e numerosi ex voto. Questa Chiesa fu costruita dal Priorato dei Celestini col titolo di S. Maria a Maiella. Il 24 ottobre 1342 Giovanni Del Giudice Roffredo, con testamento, lasciava eredi di tutti i suoi beni la Congregazione dei Celestini, a condizione che fondassero un monastero. i Celestini di papa Celestino V,  il solitario della Maiella; vi fondarono la chiesa ed il convento che però nel  marzo 1609  aveva  pochi monaci e fu soppresso  con la Bolla “Instauranda” di Innocenzo X del 1652.

Santa Maria La Nova. Una delle chiese più belle di Teano è certamente quella di Santa Maria La Nova, così chiamata per distinguerla, da altre chiese mariane sorte precedentemente, fra cui S. Maria In Intus (= in dentro) e S. Maria De Foris (prima chiesa costruita fuori dalle mura sidicine).

Le origini sono antiche (un documento del 952 parla di una vendita di terra a S. Maria De Nova) e, in parte, avvolte nella leggenda. Si racconta che, nei pressi dell'attuale chiesa, fu trovato un quadro della Madonna della Quercia che fu posto in una cappellina. In seguito il quadro fu sostituito da un affresco.una pregevoleCrocifissione quattrocentesca è dipinta a fresco nella cappella laterale di destra.

Santa Maria Celestina. Secondo padre Emera, nel suo Alfabetico agostiniano, la Chiesa fu fondata nel 1490, ma il Padre Torello la fa risalire ad epoca più antica. La chiesetta, denominata anche “la parrocchiella”, con l'annessa sagrestia fu ceduta alla Congrega del Soccorso con il solo onere di pagare al seminario più di 270 ducati e fornire al cappellano del seminario quanto era necessario per la celebrazione di 78 messe.

 

Monastero di Santa Caterina. Appartiene alle Monache Benedettine dell'Adorazione Perpetua del SS. Sacramento. La chiesa, conserva antiche tele ed una splendida pala d'altare, raffigurante il martirio di S. Caterina d'Alessandria, opera di Belisario Corenzio. II convento fu fondato nel 1554 su un edificio di epoca medioevale a sua volta impostato su strutture di età romana. Nei sotterranei dell’ala occidentale del convento, è inserito un ninfeo a pianta rettangolare absidata coperto con volta a botte e decorato con paraste e nicchie rivestite interamente da tartari imitanti una rocaille in lava di Roccamonfina (fine del I secolo a.C. / inizi I sec. d.C, restauri III sec. d.C). Nel muro di recinzione esterno del convento, in prossimità della chiesa di "S.Pietro in Aquariis" (tra le più antiche di Teano: VI secolo d.C.), sono inserite due colonne scanalate di età romana. Poco lontano in vico Palombara, tra il civico n°10 ed il n°12 è conservata una dedica dei "Teanenses" all’imperatore Gallieno (265 d.C).

Santuario di Sant'Antonio.(sulla collina) Fu fondato nel 1427 dai Frati Minori. Secondo la tradizione vi dimorò San Bernardino da Siena. Molto bello il chiostro quattrocentesco in tufo grigio, con arcate ogivali, sorrette da colonne e capitelli tardogotici. Il grande refettorio gotico è rivestito di maioliche del 700. Durante la seconda guerra mondiale, in previsione dei bombardamenti su Napoli nel convento furono segretamente trasferiti fondi librari della Biblioteca Nazionale. Il convento fu poi occupato dai tedeschi.

Santuario di Santa Reparata Reparata nacque a Cesarea di Palestina, nel 237 da famiglia cristiana. Fu martirizzata, all'età di 12 anni, l' 8 Ottobre del 249, al tempo di Decio. Nel 637 le Reliquie miracolose della santa si trovavano a Scauri. Il duca di Benevento, Sicone, vi portò la figlia, Paga, affetta da un male incurabile. Ottenuto il miracolo, il duca prese le Reliquie per portarle a Benevento. Ma il carro trainato dai buoi, giunto a Teano, si fermò. Allora Paga, attribuendo questo episodio al volere divino, volle che il corpo della santa Martire rimanesse a Teano e nell'anno 830, fondò un Monastero di monache Benedettine e vi rimase per custodire il corpo di santa Reparata. Alle monache seguirono i Frati Cappuccini e i Redentoristi.

 

Il museo acheologico.

Il museo di Teanum Sidicinum, si trova nell'edificio tardo gotico del Loggione, costruito nel XIV sec. Esso  ricorda la storia della città dal periodo preistorico (paleolitico medio, 120.000 -35.000 anni fa) alla tarda antichità (VI-VII sec. d. C.). Al centro dell'atrio c'è una bella scultura in marmo raffigurante una Musa, proveniente da un edificio termale. Nelle sale II e III vi è illustrato il tema della religione e dei santuari sidicini, collocati, tra l'VIII e il VI sec. a. C. (700 – 500 a. C.) presso fonti d'acqua: Torricelle, Fontana Regina. E poi il santuario di località Loreto, il più importante centro religioso della città antica. Tra gli ex voto, splendidi bronzetti raffiguranti figure femminili, l'eroe Ercole e tempietti votivi in miniatura. Nelle vetrine di sinistra i reperti che ricordano la dea Popluna, la divinità principale dei Sidicini. Il suo culto  era particolarmente attivo nel santuario di Masseria Soppegna dal quale provengono le teste votive esposte nella sala III. Al centro della sala è posta una preziosa statua femminile di terracotta con un porcellino nella mano destra, tipico motivo attributo alla Dea Demetra. Molto belle sono anche le statue in terracotta che portano dei fanciulli sulle spalle. Nella sala V, dedicata alla città, è esposto lo splendido corredo della tomba 79 (fine IV sec. ) proveniente da  località Orto Ceraso (la stessa della scuola); nella sala VI c'è l'importante mosaico rinvenuto in località S. Amasio, dal mausoleo della gens Geminia. Il mosaico, commissionato da Geminio Felice per la moglie defunta Felicia verso il 350 d. C., rappresenta la più antica raffigurazione dell'Epifania su mosaico. Nella VII sala, infine, sono esposti i materiali provenienti dal Teatro, tra i quali una statua di Giove, un altare dedicato ad Apollo, e statue- ritratto dedicate a Venere, al fiume Nilo, a Dioniso. Tra i ritratti del III sec. d. C. anche quello di Giulia Mamea e la testa colossale di Massimino il Trace.

 

Il Teatro romano.

Il maestoso monumento ebbe due fasi architettoniche: la prima risale al II secolo a. C. (120- 100 a. c.) realizzata in opera incerta. L'orchestra, a forma di cavallo, presentava una planimetria tipica dei teatri ellenistici. Si tratta del più antico teatro d'Italia la cui cavea era completamente sostenuta da arcuazioni. Sulla sommità delle gradinate era presente un santuario dedicato ad Apollo come ci fa ritenere in rinvenimento di una mensa d'altare a lui dedicata. Tra il 205 ed il 244 d. C. il monumento fu radicalmente cambiato: la cavea fu ampliata fino a raggiungere un diametro di 85 metri, vi furono costruiti due tribunalia, riservati ai magistrati ed un imponente edificio scenico decorato con numerose sculture.

(*) Le notizie storiche sono state riassunte dalla “Breve guida turitica di Teano” edita dalla Pro Loco Teanum Sidicinum nel 2004.

 

CALES

 

Antica CalesAl km 187, la Casilina taglia in due parti l’antica Cales. A sud, in aperta campagna, i resti della città romana: il teatro, l’anfiteatro, le terme centrali e quelle di San Leo, il tempio esastilo, il Castellum Aquae e i resti dell’Arco di trionfo, della Palestra, delle insulae e della basilica paleocristiana di S. Casto Vecchio. A nord, sempre al Km 187 della Casilina, la Calvi  Medioevale con il Castello, la cattedrale romanica, il seminario apostolico, le grotte affrescate dei Santi e delle Formelle. E' stata definita da Strabone “Urbs egregia” e da Polibio (Storie III) e Cicerone (Contro Rullo) “Civitas magna”. Orazio celebra il suo vino, Catone i suoi attrezzi agricoli,  Plinio le sue acque. Ebbe una propria  palestra, un proprio acquedotto, una propria moneta e numerosi templi, santuari e officine per la produzione di coroplastica (patere, gutti, medaglioni e terracotte).

 

Cales è stata la prima colonia romana di diritto latino in Campania e nel III sec. a. C. diventò la capitale della Campania romana. Era una città maestosa. Il Cerbone suppose che Cales contasse 22 mila famiglie per un totale di 66 mila abitanti. E poi fu fondata prima di Roma, almeno duemila anni prima di Cristo: Virgilio infatti, nel VII libro dell’Eneide afferma che Cales accorse in difesa di Turno contro Enea. A Roma diede i consoliFufio Caio Gemino e Marco Vinicio che sposò Giulia Lavilla, sorella di Caligola e figlia di Germanico (Dione Cassio ricorda che morì avvelenato per mani di Messalina), il tribunoFufio Quinto Caleno che difese Cesare e Clodio contro Cicerone. Poi Vinicio Marco Seniore che Augusto mandò come console in Pannonia e suo figlio Publio inviato come prefetto in Oriente. Inoltre, secondo il Mommsen, (Storia di Roma, IV p.244), a Cales nel 270 a. C. nacque Gneo Nevio, autore del Bellum Poenicum e di famose Fabulae Atellane. Nemico dei patrizi, stimava la libertà più del denaro.

Cittadino “onorario” di Cales fu  il grande Cicerone. Diversi caleni si guadagnarono la sua amicizia e lo stessoCicerone lo riconosce  più volte nelle sue Lettere ad Attico e nelle sue Lettere Familiari.  Particolarmente interessante è la lettera che Cicerone scrive a Dolabella in favore di due nobili di Cales fatti prigionieri da Cesare presso la città di Munda in Spagna: Gaio Suberino e Marco  Planio Sterede. I due caleni, vengono considerati da Cicerone suoi “Familiari” ed il Municipio caleno viene definito “amico”. Cicerone chiede all'amico Dolabella il favore di farli ritornare in patria, a Cales, pregandolo che per mezzo suo, “possa soddisfare al desiderio del municipio Caleno, col quale io tengo stretta amistà”.

 

La città di Cales, circondata da mura in opera quadrata a blocchi di tufo, aveva almeno sei porte urbiche ed un fossato di difesa, profondo dai 20 ai 30 metri. Nel III a.C. inizia anche a battere moneta con legenda “caleno”. Catone nel “De Agri cultura” attesta l’esistenza a Cales di un’industria di strumenti agricoli. Strabone (Geografia V), Plinio (Naturalis Historia III), Giovenale (Satire I), Orazio (sia nelle odi I e IV che nelle satire I e IV) e Frontino (De Acquaeductus), invece, parlano dei suoi vini e delle sue acque. Ma era nota nel mondo romanizzato anche per le sue botteghe artigiane e per le sua produzione coroplastica e di ceramica a vernice nera.  Le sue origini si perdono nella leggenda. Un tempo fu abitata dagli Ausoni. Intorno al 2500 a. C. Cales fu una delle città più importanti di questo popolo. Secondo una leggenda riportata da Silio Italico (Punica XII) e Festo (Ep.), essa sarebbe stata fondata da Calai, figlio della ninfa Orizia e di Borea, uno dei mitici eroi della spedizione degli Argonauti. Intorno al IX sec. a. C. a Cales arrivarono gli Etruschi e poi i Sanniti: lo testimoniano la presenza in loco di ingegnose opere idrauliche per il drenaggio delle acque come il cosiddetto “Ponte delle Monache”.

Cales fu conquistata dai Romani nel 335 a. C.La sua conquista è narrata da Tito Livio nell’VIII libro delle sue Storie. Il pretesto per l’intervento romano fu originato da una guerra che i Caleni, uniti ai Sidicini di Teano, avevano mosso contro gli Aurunci alleati di Roma. I romani attaccarono Cales all’improvviso, durante il periodo delle feste saturnali. Tito Livio racconta che Marco Valerio Corvo era stato avvertito dello stato di ubriachezza dei caleni da un certo Marco Fabio, prigioniero romano dei caleni, il quale, spezzate le catene, raggiunse l’accampamento romano. Per la presa di Cales, a Marco Aurelio Corvo vennero decretati gli onori del trionfo e la menzione nei Fasti trionfali del 335 a. C. (Il senato li concedeva solo a chi avesse ucciso in battaglia almeno 5000 avversari). L’anno dopo, a Cales furono inviati 2500 coloni e la città divenne la prima colonia di diritto latino in Campania (Vell. Pat. I).

  

Da un passo di Tacito (Ann.VI) sappiamo che Cales nel 267  fu sede di questura. Quando infatti il Senato di Roma nel 267 a. C. dispose l’istituzione in Italia di quattro questure, una di queste ebbe la sede proprio a Cales (Tacito, Annales). Teodoro Mommsen scrisse testualmente che “… il secondo di questi magistrati fu destinato a vigilare da Cales, allora capitale della Campania romana, sui porti della Campania e della Magna Grecia”.

Cales del resto tra il 216 ed il 215 a. C. fu la sede del quartier generale delle forze romane operanti in Campania. E nel suo ager, durante la seconda guerra punica, si svolse il famoso episodio di Annibale ricordato da Tito Livio nel XXII libro delle sue Storie:

Per sfuggire ai Romani di Quinto Fabio Massimo detto “il Temporeggiatore”, Annibale radunò numerose mandrie di buoi sulle cui corna fece legare delle sterpaglie. Poi, appena scese la notte, comandò di dar fuoco alla fascine e spingere i buoi verso Fabio Massimo che, rinforzò la guardia e non si mosse dalle sue posizioni. Intanto, l’esercito cartaginese si allontanava in silenzio.

Nel 216 a. C. assistè all’umiliazione di Capua.

Quando infatti Fabio Massimo espugnò Capua, i Romani si comportarono peggio dei nazisti: dei 53 senatori capuani caduti nelle loro mani, 23 vennero condotti in catene a Cales e 28 a Teano. Poi nel foro di queste due città, saranno più tardi ridotti in fin di vita a vergate e decapitati dal console Quinto Fulvio Flacco. Per questo Cales si rifiutò di dare altri soldati a Fabio Massimo e Fulvio Flacco nella guerra contro Annibale e Roma la punì duramente: per ben 33 anni, fino al 177 a.C., i suoi legati non furono ricevuti dal senato romano.

Dalle “Familiari” di Cicerone invece, sappiamo che Cales nell’81 a. C. durante la guerra tra Mario e Silla, parteggiò per Silla e questi per riconoscenza la elevò alla dignità di Municipio. Appiano, infine, storico greco del II sec. d.C, esaltò i cittadini di Calvi per aver difeso armi in pugno il cavaliere caleno Zittio, condannato a morte da Antonio, Ottaviano e Lepido. Ai centurioni inviati a Cales per ucciderlo fu proibito l’ingresso in città. Questi anni (dal II sec. a.C. al I sec d.C.) furono i più importanti di Cales, poi arrivò una lenta, ma inarrestabile decadenza.  

Della città romana rimangono ancora l’Anfiteatro (I sec. a. C.), il Teatro (II sec. d.C.), il Tempio (I sec.), le Terme del Foro (il più grandioso complesso di età repubblicana finora conosciuto), le Terme di San Leo,(I sec. ) il Castellum Aquae (I sec.), l'Arco di Trionfo, i resti monumentali di Via Forma (II sec. a.C.).Della  Calvi medievale, invece: il Castello angioino-aragonese del XII sec., la Cattedrale Romanica di San Casto dell’XI sec. (la cui cattedra episcopale è considerata, insieme all’ambone, una delle più rare e significative testimonianze della scultura romanica in Campania), la Basilica Paleocristiana di S. Casto Vecchio del IV sec., la Chiesa di San Simeone, la Grotta dei Santi (di origine eremitica con affreschi del X-XI sec.), la Grotta delle Formelle, una sorte di mausoleo medievale con affreschi dell’XI sec., destinato a custodire i resti di Pandolfo, Conte longobardo  di Calvi e di sua moglie la contessa Gualferata.

 

Calvi Romana

Il Teatro Romano  La fase più antica del Teatro, in opera quasi reticolata di tufo, risale ad età sillana (II sec a. C.) ed è visibile nell’analemma sud in opus incertum, mentre la seconda fase (I sec. a. C.) è visibile  nelle strutture dei muri radiali  in opus quasi -reticulatum a piccoli tufelli. La cavea presenta una particolarità unica, non riscontrata in altri edifici teatrali antichi: ognuna delle dodici arcate interne, alla metà circa dello sviluppo delle strutture, si sdoppia, cosicché sul prospetto esterno si contano 24 arcate. L'ima cavea era formata da 3 gradinate, mentre la media cavea poteva occupare 18 gradinate. L'indagine archeologica ha portato alla luce parte del "porticus post scaenam", la porta regia, le tre porte d'ingresso, una strada lastricata in calcare sul lato destro ed una scala a sinistra, che serviva per permettere il passaggio degli spettatori al vicino Tempio. Dallo scavo sono emersi un sacello sacro e statue in marmo. Nell'orchestra è emersa una vasca con fontana del I. sec. a. C.                                                                           

Tempio periptero esastilo (o di Augusto). Nei pressi del Teatro si conserva il podio a due ripiani del cosiddetto tempio di Augusto,  I sec. d. C. La pianta è a forma rettangolare di m. 31,20 x 16,20. Il primo ripiano, profondo m.3,10, è in opus caementicium e presenta un arco profondo m. 2,50 e largo m. 1,75. I lati lunghi del piano superiore in opus latericium sono scanditi, ogni 160 cm, da 11 piattabande, dove erano poste le colonne. Il tempio fu edificato in un’area sacra  attiva nel VI sec. a. C.    

Anfiteatro romano, La prima fase di costruzione è databile all'inizio del I sec. a. C.  Attualmente l’arena è sepolta ed emergono poche evidente murarie: una semicolonna in laterizio che adornava il portale esterno a settentrione, resti del portale monumentale di ingresso sulla curva orientale dell’arena ed il portale ad ovest che è a tre fornici con volta a botte. Le dimensioni degli assi all’interno sono di m. 110 x 72. L’arena giace a 6 metri di profondità rispetto al piano di calpestio.

Terme Centrali sono  databili verso l’80 a. C. Collegate con una vicina sorgente, mostrano una suddivisione di ambienti posti su tre file e sono visibili l’apoditerium, un calidarium, un tepidarium, il praefurnium ed una cisterna. La parte originaria è in opus quasi reticulatum con uso del calcare.  Costituiscono accanto al nucleo più antico delle Terme Taurine presso Centumcellae, il più grandioso complesso termale di età repubblicana finora conosciuto.

Terme di San Leo  Di esse  restano sette corpi angolari in muratura indipendenti tra loro, databili al I sec. d. C. Tutte le murature sono attraversate verticalmente da tubuli di terracotta ed orizzontalmente da cavità cilindriche da cui fuoriuscivano i fumi della combustione. Il primo muro in opus cementizio è oggi impostato su due ordini. A 10,22 metri di distanza si trovano altri due muri slegati che distano tra loro m. 8,24. I due corpi angolari uguali si contrappongono ad altri due corpi angolari uguali. La pianta dei corpi angolari assume una forma rettangolare.

Castellum Aquae  I sec. d. C. L’edificio a pianta rettangolare è di m. 11,25 x 5,83. Le murature hanno uno spessore di 80 cm. Il monumento all’interno è pieno di accumuli ed assediato dalla vegetazione. Il monumento, in opus latericium, è databile al I sec. d. C.

Insulae via Forma I a. C.  II – I sec a. C. I ruderi s’affacciano sui lati di via Forma. Sul lato destro della strada si osservano sette ambienti. Il gruppo di ambienti presenta 5 sale con volta a botte ed un corridoio con scala verso il decumanus. Le strutture sono crollate a causa delle piogge. Le ammorsature eseguite con il motivo cosiddetto a vela delle parti in opus latericium alle pareti in opus quasi reticulatum  fanno risalire le insulae verso l’80 a. C.  Gli altri due ambienti sono superstiti di altre sale, databili al II sec. a. C.

 

Calvi Medievale 

La Cattedrale di San Casto.  La cattedrale romanica è il monumento più rappresentativo del medioevo caleno. La costruzione risale all'XI secolo,  all'epoca in cui era vescovo di Calvi Falcone II. Gli elementi di maggior rilievo sono: il portale, la cattedra episcopale, l’ambone, la sagrestia, la cripta. Il portale presenta un archivolto scolpito in bassorilievo, raffigurante animali e decorazioni vegetali e terminanti alla base con figure umane. La stupenda Cattedra episcopale è considerata insieme all'ambone una delle più rare e significative testimonianze della scultura romanica in Campania. Il trono di marmo è stato datato tra il XII e il XIII secolo: e' sorretto da due animali bardati (forse tapiri) mentre due leoncini sono collocati alla base del trono, come se stessero a guardia. L'intero manufatto – spiega Carcaiso – è ispirato a motivi e decori propri dell'arte islamica, arrivata in Campania al seguito dei Normanni di Sicilia. Anche ilpergamo, appare influenzato da modi di estrazione islamica e bizantina. Il pulpito di marmo è sorretto da due colonne con capitelli sormontati da un architrave a bassorilievo e raffigurano una scena di vendemmia con baccanti (sec. XI). Le colonne poggiano su due leoni di marmo con le teste rivolte all’altare. La cassa dell'ambone poggia su una lastra marmorea nella cui parte mediana emerge una figura umana stilizzata. Molto suggestiva è la cripta, situata sotto il presbiterio e costituita da piccole volte a crociera sostenute da una serie di antiche colonne, di marmo e di granito, che furono asportate dagli edifici in rovina dell’ area archeologica calena. Molto bella e anche la Sacrestiadove sono stati affrescati da Angelo Mozzillo (1780)  i busti dei vescovi di Calvi.  La cattedrale conserva anche una "lastra di sarcofago" di epoca longobarda (fine VIII sec.), scolpita a bassorilievo, nella cui parte centrale e' rappresentata la Contessa Gualferata,  nobile longobarda di Calvi.

La Basilica paleocristiana S. Casto (IV sec d C).  Sono rimasti i resti in opus latericium che affiorano tra i piloni del ponte dell'autostrada. Fu innalzata sull'area della palestra romana. Presenta gli avanzi di una camera sepolcrale absidata. E nell'abside, sotto il pavimento, sono stati rinvenuti quattro sarcofagi. Calepodio, vescovo di Calvi nel 307 d.C. vi edifico' un'altare in onore del suo predecessore S. Casto e vi colloco' il corpo del Martire. E' lecito supporre – spiega Carcaiso - che in uno dei quattro sarcofagi rinvenuti sia stato sepolto il corpo del martire S. Casto. Nell'area cimiteriale di S. Casto Vecchio, sono state portate alla luce due importanti lapidi: la prima e' quella del vescovo Giusto attualmente murata nella cripta della cattedrale. Giusto fu vescovo di Cales dal 5 marzo del 488 al 5 febbraio del 492.La seconda lapide era stata messa sulla tomba di Celerio Giustiniano, un bambino di Cales che visse appena 5 anni.

Il Castello angioino - aragonese Secondo lo storico Erchemperto di Teano,  nell’879 Atenolfo conte longobardo di Calvi iniziò la costruzione del Castello e da qui nell’887 si avviò alla conquista della Contea di Capua. L'attuale castello però non e' quello costruito da Atenolfo né quello dei successivi signori normanni. Nella sua attuale struttura è da ritenersi di epoca angioina o piu' probabilmente aragonese. Il castello aveva una funzione di controllo sulla Via Latina ed era circondato da un ripido fossato.  Oggi  si presenta con pianta quadrata e con quattro torri cilindriche angolari che serrano delle cortine murarie innalzate su una base scarpata ed un rodendone. Sia le torri che le mura non presentano bertesche, ne' merlature, ne' caditoie per la difesa piombante. Tutti questi elementi costruttivi furono eliminati perché costituivano solo un facile bersaglio per i cannoni. Altra caratteristica delle torri calvesi è data dal fatto che non risultano piene nella loro parte interiore  come accadeva nell'alto medioevo, bensì vuote, con varie finestrelle e feritoie dietro le quali trovavano posto i balestrieri e gli archibugieri. La "scarpa" serviva a tenere lontano dalle merlature le torri e a diminuire il pericolo delle mine sotterranee, scavate in gallerie sotto le mura.

Grotta affrescata dei Santi X sec. d. C. Di origine eremitica, a pianta rettangolare, misura 15 m x 6. Sulle sue pareti sono state dipinte ad affresco, ad un'altezza quasi naturale, le figure di una cinquantina di Santi. Sull’abside vi è raffigurato un Cristo fra due Angeli. Ai lati si notano S. Pietro, S. Paolo, S. Tommaso, S. Martino e S. Nicola. Ai piedi dell'abside vi e'  la Madonna assisa in trono con il Bambino sulle ginocchia. La parete di sinistra presenta S. Michele Arcangelo nell'atto di pesare un uomo (S. Lorenzo?) Segue l'illustrazione della leggenda di S. Silvestro. Sulla parete destra vi e' una bellissima Crocifissione con Maria e  Giovanni.  Oggi sotto lo scialbo di calce si intravedono ancora “Il Cristo Pantocratore tra Angeli e Santi”, la bella Crocifissione, San Paolo ed il martirio di S. Lorenzo. Le immagini dei santi Cosma, Barbara, Simeone e Giovanni Battista, furono trafugate con il motosega e poi recuperate ed esposte nel Museo del territorio nella Reggia.

 La grotta delle Formelle (XI sec.), situata ai margini del Rio dei Lanzi, fu utilizzata come sepolcro da Pandolfo (vissuto intorno al 1023)  e da sua moglie Gualferada (la cui lastra di sarcofago è  conservata nella Cattedrale). Quasi del tutto saccheggiata degli affreschi, presenta brandelli di un affresco dell’Ascensione. Le salme di Pandolfo e Gualferada vennero tumulate nella piccola grotta che si apre sulla parete. Nella parte inferiore della parete è situata una porta che apre un piccolo ambiente nel quale si suppone fossero collocate le tombe: ai lati della porta erano affrescati due file di Santi, 5 a sinistra e 6 a destra, che sono diventati ormai del tutto indecifrabili. Nel registro centrale e' rappresentata la Madonna in preghiera; ai suoi lati vi sono due angeli ed il gruppo dei 12 apostoli. Al di sopra vi e' raffigurata l'Ascensione di Cristo al Cielo. La decorazione della cappella  si deve a Icmundo.Col passare degli anni le Grotte affrescate (questa e quella detta dei Santi), sono rimaste sempre più abbandonate, da permettere ai ladri di rubare gli affreschi con il motosega.  Un danno irrecuperabile.

La chiesa vecchia di S. Nicandro (1106 d. C.).E’ la prima chiesa intitolata a S. Nicandro nella frazione di Petrulo. Conserva ossari e marmi. Ristrutturata dagli stessi fedeli una dozzina di anni fa, oggi è abbandonata tra le ortiche, senza porte e con ancora i materiali di risulta all’interno. Completamente aperto l’accesso alle sepolture delle cavità ipogee.

La chiesa di S. Nicola a Zuni. La chiesa fu costruita come cappella patrizia dal barone  Luigi Zona nel 1623, poi, il 16 ottobre 1695, diventò parrocchia e luogo di culto della congrega di S. Nicola, riconosciuta il 29 giugno 1776 dal re Ferdinando di Borbone. L' interno è a tre navate: quella centrale è absidata. La volta a botte incannucciata e lunettata. Lungo la navata destra, conserva un' Assunzione ed una "Vergine con Bambino tra S. Domenico e S. Caterina"; sul presbiterio, una pregevole "Resurrezione con S. Casto e S. Nicola", di scuola napoletana donata nel 1727. Nelle cavità ipogee si conservano le sepolture del Barone Luigi Zona e del fratello Muzio, protomedico alla corte di Carlo V di Borbone a Madrid.

Il Casino Reale nel Demanio di Calvi (1797) ( a Sparanise). Oggi del Casino Reale borbonico di Calvi è rimasto solo il rudere sfondato della Cappella Reale, sebbene sia stato un importante Casino di Caccia che ha visto tra le sue mura i Re Carlo III e Ferdinando IV di Borbone, i figli di questi Francesco I, Leopoldo Principe di Salerno e il nipote Ferdinando che poi diventò Re Ferdinando II. La presenza del Re Ferdinanzo IV a Calvi è documentata già dal 6 gennaio 1797. Questo  rudere vide anche il famoso pittore di corte Philip Hackert,  gli architetti Collecini, Carlo e Ferdinando  Patturelli e la Contessa Maria di Floridia. Qui infatti, Ferdinando IV, intraprese una lunga corrispondenza con quella che diventò la sua  moglie morganatica. Calvi allora era città Reale anche nel nome. Così infatti viene definita nella Pianta del 1725. Oggi  la Cappella Reale, è completamente abbandonata. Dalle Piante della Tenuta e del Casino reale  prodotte dall'arch. Notarangelo, invece si può capire la vastità del complesso: 3.869.000 mq di superficie, il Casino Reale 1248 mq (con 12 stanze e due saloni al primo piano, 14 stanze, la cappella, il fienile e due stanze al pianterreno). Poi un casone di 2174 mq ed una casina di 176 mq, per un totale di 4485 mq di superficie abitativa. Davanti al casino, c'erano uno spiazzo ellittico per le corse dei cavalli, un bosco e 13 parchi.

 

(*) Le notizie storiche di Paolo Mesolella sono state tratte da  “Civiltà Aurunca“ vol. 95-96 Caramanica editore, 2015.

 

SPARANISE

Sparanise, annotazioni storiche

Sparanise“Sparanise, nacque all’ombra di una Chiesa, quella di S. Vitaliano, e la tenne a battesimo un abate, l’abate Roffredo del monastero benedettino di S. Vincenzo in Volturno”* “L’atto di nascita” di Sparanise si trova registrato a pag. 478 del “Chronicon volturnense”.
Quel piccolo agglomerato di case, si trovava sulla zona più fertile del territorio dell’”Antica Cales”, e  i suoi campi ospitarono molti dei duemilacinquecento coloni romani mandati (334 a. C.) per sorvegliare la lealtà e la fedeltà di Cales verso Roma e per spiare le mosse di Teano e Capua, ancora non assoggettate.
L’abate Roffredo, che si trovò in possesso di molte eredità in questo territorio, pensò di dover raggruppare “masse e masserizie” in ville. Costrui corti (curtes), una Chiesa, ed un castello (castellum) affinchè i cortensi (curtenses) trovassere un luogo sicuro dove trovare rifugio durante le non poche incursioni delle più disparate genti. La villa che naque non si chiamò da subito Sparanise, ma forse S. Vitaliano (oggi patrono della cittadina), a cui è dedicata l' antica Chiesa fatta costruire dall’abate Roffredo. S. Vitaliano, fu vescovo di Capua. La Chiesa di S. Vitaliano fu testimone di un fatto storico nell’anno 1860, e precisamente il giorno 27 ottobre: il garibaldino Giuseppe Cesare Abba nel suo memoriale “Noterelle di uno dei mille” ricorda che Garibaldi, invitato a colazione da Vittorio Emanuele, con la scusa di averla già fatta, non vi andò, e preferì mangiare pane e cacio con i suoi amici, proprio sotto il portico dell suddetta Chiesa. Un’altro importante avvenimento storico fu il cosiddetto “armistizio di Sparanise” firmato nell’anno 1799, tra Francesco Pignatelli (vicario generale di Ferdinando IV), col generale Championnet: questo atto, saputosi a Napoli, scateno la rivoluzione partenopea del 1799. Ma a Sparanise vi sono anche altri fatti e monumenti che andrebbero studiati ed approfonditi: dalla cappella reale del casino di caccia del re Ferdinando II di Borbone, all'ex fabbrica borbonica di Armi Bianche, dal grande Campo di concentramento tedesco, dove passarono migliaia di persone prima di essere deportate nei campi di sterminio, ai tristi eccidi dell'ottobre 1943, durante i quali in via De Renzis e alla Masseria  furono uccise una cinquantina di persone.

 

Breve storia del Galilei di Sparanise

‘L’Istituto è una delle scuole più antiche della provincia di Caserta. Nasce nel 1959 come sezione staccata dell'ITC ad indirizzo mercantile “Terra di Lavoro” di Caserta ed era costituito da un'intera sezione di ragionieri, più una prima collaterale ed una prima classe di Geometri. All'inizio era ubicato al pianoi terra dell'attuale casa canonica. Il 30 settembre 1969 con dpr n. 1980, fu dichiarato autonomo, con il nome di “G. Galilei”, sotto la guida del preside incaricato  prof. Luigi Picazio.

Dall'anno scolastico 1962-63 l'istituto si trasferì nella sede di Via fabbrica delle armi bianche, dove nel 1845 lo stesso re delle Due Sicilie, ferdinando II di Borbone, aveva inaugurato una fabbrica di coltelli. Era dotato di un attrezzato laboratorio di chimica, un laboratorio di fisica e di un'ampia sala disegno per i geometri. Nello stesso anno scolastico 1962-63, funzionava nello stesso stabile anche una sezione distaccata dell'Istituto Professionale per l'Industria e l'artigianato di Aversa.

Con decreto 212 del 1 ottobre 1963, a firma dell'allora ministro all'istruzione Gui, l'istituto cambiò indirizzo da quello mercantile a quello commerciale. L'organico era costituito da una sezione di ragioneria, una sezione di geometri più due classi collaterali di ragionieri. Nel 1970 l'istituto aveva già due sezioni di ragioneria ed una di geometri. Nel 1981, però, la sezione Geometri venne soppressa per l'indifferenza dell'opinione pubblica e la scarsa sensibilità dei politici locali. Contemporaneamente la sezione ragioneria  cresceva fino a raggiungere nell'anno scolastico 1994-95 sette sezioni: tre corsi Igea ad indirizzo Giuridico economicoaziendale e quattro corsi Brocca.

 Il 23 ottobre 2004 c'è stata la posa della prima pietra  del nuovo istituto sulla provinciale per Calvi Risorta su un terreno confiscato alla camorra. Nel febbraio 2005 è stata pubblicata una guida alla grande biblioteca della scuola intitolata alla memoria di don Francesco d'Angelo, educatore e cappellano militare deportato dai tedeschi e che conserva circa 8000 volumi. Nel 2007 è stata pubblicata la recente storia della scuola in occasione dei 50 anni dalla fondazione dell'istituto, intitolata "I ragionieri della fabbrica delle armi bianche" Springe dizioni Caserta. Dall’a.s. 2012/2013 l'istituto è stato aggregato all'Isiss "Foscolo" di Teano. Dal settembre 2013poi  la scuola, dapprima divisa tra le due sedi di Via Corrado Graziadei e Via Calvi si è completamente trasferita nella nuova sede di via Calvi.Intanto, l'ITC Galilei è diventato  Istituto Statale di Istruzione Secondaria Superiore ed offre tre indirizzi del settore economico: “Amministrazione, finanza e marketing” con articolazione “Sistemi informativi aziendali” e “Turismo” e dall’ a.s. 2010/11 ospita anche il  Liceo Scientifico-opzione Scienze Applicate.

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